Microgranuli: lodati dalla pubblicità ma serio pericolo per l’ambiente

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I Microbeads, sono microsfere – generalmente di polietilene – che si trovano in molti detergenti per il corpo e la casa. Sono spesso pubblicizzate come un magico rimedio per la pulizia, ma si ignora quanto siano dannose per l’ambiente e talvolta persino per la salute.

Non possiamo nasconderci il fatto che molti di noi, soprattutto donne, hanno apprezzato almeno una volta la ruvidezza di queste particelle sulla propria pelle, augurandosi così di rendere più lisci viso e gambe. Certo non tutti sanno che, se questi granuli finiscono in parti delicate come gli occhi, rischiano di provocare addirittura gravi lesioni. Ancora, molti scelgono paste di dentifricio con microsfere per meglio eliminare i residui di cibo fra i denti, senza immaginare che queste microscopiche palline di plastica resteranno poi incastrate nella nostra arcata dentaria, o nelle gengive, potendo provocare persino delle infezioni.

 

Non è solo del nostro corpo però che dobbiamo preoccuparci ed avere cura. Queste particelle, che non superano i 5 mm di spessore, a causa di queste loro dimensioni, non riescono ad essere filtrate nel percorso che dai nostri scarichi e tubature li immette direttamente in fiumi, laghi ed oceani. Per avere un’idea dell’impatto che i nostri cosmetici hanno sull’inquinamento, basti pensare che in un tubetto di scrub facciale ci sono oltre 300,000 microgranuli.

Fra le ragioni che rendono nocive per l’ambiente queste particelle, così come tutte le microplastiche che finiscono in mare, il fatto che sono derivate dal petrolio, non biodegradabili e che possono assorbire facilmente altri contaminanti ed elementi chimici tossici. Inoltre, avendo dimensioni simili a uova di pesce, risultano appetibili per molte specie acquatiche che se ne nutrono prima di finire, a loro volta, sulle nostre tavole.

A pagarne le spese anche molti uccelli marini di cui, secondo uno studio di ricercatori australiani pubblicato dal PNAS-Proceedings of the National Academy of Sciences, oltre il 90% presenta della plastica nell’apparato digerente. I microbeads, oltre che alterare l’ecosistema, rientrano così nella catena alimentare, come ben denuncia il lavoro dell’istituto 5 Gyres che si batte contro l’inquinamento al motto “More ocean less plastic”.

Cosa si sta facendo per impedire l’utilizzo di queste microsfere nei detergenti e detersivi di grande consumo, o almeno porvi un freno? Più di qualcosa si sta muovendo: ne è un esempio la petizione lanciata da Greenpeace nel Regno Unito che ne chiede la messa al bando, dopo la decisione di Stati Uniti e Canada si erano già mosse nella stessa direzione. Esiste anche una campagna internazionale, dal nome “Beat the Microbead”, che ha creato un’applicazione con la quale controllare l’esistenza di microsfere, attraverso la scansione del codice a barre, nei prodotti a scaffale.

Persino alcune grandi corporation – L’Oreal, Avon e Body Shop per citarne solo alcune – hanno pubblicamente dichiarato di non voler più avvalersi di questo tipo di particelle. Piccoli segnali che lasciano ben sperare.

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